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Che lingua parli quando parli inglese? La storia coloniale nascosta nelle parole

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Voci e radici

L'inglese è una lingua che nel corso della storia ha assorbito parole e modi di dire provenienti da moltissime altre lingue, soprattutto attraverso il colonialismo, le migrazioni e gli scambi tra popoli. Dai nomi aborigeni del canguro al linguaggio nato sulle navi coloniali, fino a parole come typhoon e hurricane, la letteratura postcoloniale rende visibile questa ricchezza nascosta e ci ricorda che nessuna lingua è "pura", ma il risultato di incontri, contaminazioni e trasformazioni continue.

La letteratura postcoloniale anglofona – cioè quella scritta in inglese da autrici e autori provenienti da Paesi segnati dall'esperienza coloniale – è un bel modello di plurilinguismo: mostra non solo le molteplici varietà dell’inglese, ma anche i numerosi prestiti che, nel corso della storia, l’inglese ha accolto e incorporato.

Prendiamo ad esempio l’inglese australiano, raccontato da una delle scrittrici aborigene più autorevoli dei nostri giorni: Alexis Wright. Nel suo romanzo Meritoria (Il Saggiatore, 2025), l’autrice racconta con ironia come i bianchi cerchino di imporre alle popolazioni aborigene la lingua e la cultura della società australiana dominante:

dovevano superare in tempi rapidissimi un modulo contenente un complicato test colma-divari adattato a partire da quello utilizzato per concedere la cittadinanza australiana agli stranieri che non conoscevano l’inglese […] come per esempio sapere come si chiama un vero canguro. Oh! Questo è facile. Lo sappiamo! Marraji! Badakalinya! Ngangulbuwarra! Bidirrika! Wadarr! 
Sbagliato, gente. Ora, le persone in ogni paese del mondo sanno cos’è un canguro, ma qui a Meritoria, la gente originaria di questa parte del continente non riuscì a rispondere correttamente a quella prima elementare domanda. Per non parlare del resto. Non c’era modo di convincerli a smettere di parlare di come il canguro fosse in realtà sacro, o di come fosse uno dei più grandi spiriti ancestrali, o di come fosse loro parente più di chiunque altro, e poi, qualcuno addirittura scappò e si nascose, perché per legge non parlavano mai di quell’animale. […] Marraji! Marragi! È sbagliato – Smettila di ripeterlo! Devi piantarla di pensare alla linea del canto, e parla in inglese!

L’ironia, nel brano citato, consiste nell’allusione al fatto che gli Aborigeni, pur essendo i popoli originari dell'Australia, non siano considerati cittadini australiani, poiché non parlano l’inglese standard, e vengono trattati come se fossero stranieri appena arrivati nel Paese. La loro resistenza e il loro rifiuto dell’inglese emerge anche dai numerosi nomi indigeni usati per indicare il canguro. Eppure, lo stesso termine inglese “Kangaroo” ha origini aborigene: entrò in uso nell’inglese nel 1770 a seguito delle spedizioni del Capitano Cook e del biologo Sir Joseph Banks. Deriva infatti da gangurru, trascritto come “kanguru”, una parola della lingua indigena locale Guugu Yimidhirr parlata dai nativi del Queensland, che indicava una particolare specie di grande canguro nero o grigio.
Invece di utilizzare il termine anglicizzato Kangaroo, gli abitanti di Meritoria ricorrono a sinonimi tratti dalle varie lingue aborigene o addirittura scelgono il silenzio. Secondo la legge aborigena, infatti, il nome degli antenati, umani e non-umani, non può essere pronunciato, perché sono esseri sacri.

Anche questo mostra come l’inglese australiano si sia arricchito nel tempo di termini provenienti da altre lingue indigene, soprattutto per indicare la flora e la fauna locali, oltre che la cultura e le tradizioni delle nazioni aborigene. 

Un altro esempio di come l’inglese si sia arricchito di parole straniere durante l’epoca coloniale lo offre Amitav Ghosh nel suo romanzo Gun Island (2019):

La cosa più strana di quello strano viaggio fu che venne inaugurato da una parola – non una parola particolarmente evocativa, bensì un banale conio linguistico ampiamente in uso dal Cairo a Calcutta. Si trattava di bundook, che significa “arma da fuoco” in molte lingue, inclusa la mia, il bengali o bangla, e non è estranea neppure all’inglese: attraverso l’uso coloniale è arrivata fino all’Oxford English Dictionary, dove è riportata col significato di “fucile”.

La parola bundook, entrata anche nell'inglese grazie all'esperienza coloniale, ha in realtà radici arabe. Il termine si riferisce infatti ad Al-bundukeyya, il nome di Venezia in lingua araba. Da questo equivoco linguistico prende avvio il romanzo: il protagonista parte alla ricerca di un’isola dove si fabbricano armi, ma scopre ben presto di aver seguito una pista nata da un errore di traduzione e si ritrova in tutt’altro contesto.

Il caso linguistico di bundook mostra come una singola parola possa attraversare lingue e culture. Ancora più interessante è il caso della lingua dei cosiddetti Lascari, che Amitav Ghosh ricostruisce nella Ibis Trilogy1.

I Lascari erano marinai provenienti da regioni diverse del mondo, assoldati sulle navi coloniali britanniche. Per comunicare tra loro e con gli ufficiali inglesi svilupparono una lingua pratica, fatta di parole provenienti da lingue diverse, che permetteva loro di comprendere i comandi legati alla navigazione, alla gestione delle vele e degli strumenti di bordo. Questa è la lingua che Ghosh fa rivivere nella trilogia dei suoi romanzi, ambientati a metà Ottocento sulle rotte commerciali britanniche tra India e Cina durante la Guerra dell'Oppio, di cui è protagonista l’imbarcazione Ibis2.
Zachary, uno dei protagonisti della trilogia e giovane carpentiere americano che sale a bordo della Ibis, deve imparare questa nuova lingua ibrida. Per esempio deve dire “resum” invece di “razioni”, usare parole come “dal”, “masala” e “achar”, chiamare “malum” il “compagno” e “serang” il “nostromo”, come mostra questo dialogo:

«Chin-chin, Malum Zikri! Comprato chow-chow per zuppe? Che roba c’avete quaddentro?»
Colto inizialmente di sorpresa, presto Zachary si ritrovò a parlare con il serang con insolita disinvoltura, come se quel suo bizzarro modo di esprimersi gli avesse sciolto la lingua. «Di dove sei, Serang Ali?» chiese.
«Serang Ali di Rohingya, Arakan lato Burma».
«E dov’è che hai imparato a parlare in questo modo?»
«Abordo, vicino Cina, mistèr yankee parlano così tutto ’l tempo. Anche guardamare come Malum Zikri».
«Non sono un guardiamarina» lo corresse Zachary. «Ingaggiato come carpentiere3».

L’inglese dunque con-tiene, tiene insieme, altre lingue, come dimostra anche The Ibis Chrestomathy, il glossario con cui Amitav Ghosh raccoglie le parole “migranti” che, nel corso dei secoli, hanno viaggiato “dai mari dall’oriente fino alle spiagge gelide della lingua inglese”.

Queste parole hanno trovato posto nell’Oxford English Dictionary, il dizionario storico della lingua inglese. È il caso, per esempio, del saluto “chin-chin”, che Zachary e il serang Ali si scambiano nel romanzo4.


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Come ci ricordano i due studiosi di scienze ambientali umanistiche Jeffrey Jerome Cohen e Lowell Duckert nel bellissimo saggio Elemental Ecocriticism (2015), anche molte parole che usiamo per descrivere gli elementi naturali raccontano una storia di incontri tra lingue e culture, sono “tempestose mescolanze culturali e materiali, la loro etimologia è un archivio infinito di mescolanze ecologiche e linguistiche. Termini come tornado (latino tuono più spagnolo torcere), monsoon (portoghese derivato dall’arabo, per cambio di stagione), hurricane (dalla lingua dei Taino, che designa il dio Arawak della tempesta), derecho (spagnolo per linea retta di distruzione), tsunami (giapponese, ondata di marea di porto), typhoon (portoghese, arabo, e dialetto cinese turbinio in una tromba d’aria)” arrivano infatti da lingue diverse e conservano le tracce dei popoli che li hanno creati e trasformati5. Sono parole, ma anche metafore, sono accadimenti, agenti, spiraliformi e vorticosi.
Anche quando pensiamo di parlare inglese, forse parliamo altre lingue, tutte quelle del mondo. 

1 C. Concilio, “The Worlds of Words of the Ibis Trilogy by Amitav Ghosh”. Asia Maior. vol. XXVII (June 2016). pp. 468-475.
2 Gaetano Sperindeo. “La trilogia dell’Ibis”. Ricognizioni, 20 (2023), X, pp. 19-21. In InContri, L’intelligenza del papavero. Quattro lezioni di Amitav Ghosh. A cura di Carmen Concilio, Ricognizioni, 20 (2023), X, pp. 9-25.
3 Anna Nadotti, “Sentire voci, inventare lingue. Le narrazioni di Amitav Ghosh”. Nazione Indiana. 29 novembre 2016.
https://www.nazioneindiana.com/2016/11/29/sentire-voci-inventare-lingue-le-narrazioni-amitav-ghosh/.
4   Cf. Amitav Ghosh, The IbisChrestomathy, https://amitavghosh.com/other-works-contributions/chrestomathy-amitav/
5 Jeffrey Jerome Cohen, Lowel Duckert, Elemental Ecocriticism: Thinking with Earth, Air, Water, and Fire. Minneapolis: University of Minnesota Press, 2015, p. 11.