Storie di ricerca

“Che lavoro fai?” e altre domande che non facciamo alle persone con disabilità

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Lavoro

Quando incontriamo qualcuno per la prima volta, "che lavoro fai?" è tra le prime domande. Ma se si tratta di una persona con disabilità, spesso la domanda scompare, come se il lavoro non facesse parte della sua vita. Perché? Il Centro Studi per i diritti e la vita indipendente (DIVI) dell'Università di Torino lavora per sciogliere questa saldatura storica tra disabilità e non-lavoro, restituendo alle persone con disabilità la stessa libertà che diamo per scontata per tutte le altre persone.

Una domanda che scompare
Provate a pensare alle ultime volte che avete conosciuto una persona nuova. Quante volte è emersa la domanda "che lavoro fai?". Per chi vive senza disabilità è quasi automatica, una delle prime nel conoscersi. Ma quando c’è di mezzo la disabilità, quella domanda spesso scompare, viene taciuta. Se una persona con disabilità dice "vado a lavoro", la reazione è accompagnata da un sottofondo di disagio: sarà vero o è "una cosa che chiama lavoro"? Non si pensa mai che una persona con disabilità si mantenga con il proprio lavoro. Per tutti gli altri invece è dato per scontato fino a prova contraria.

Il fatto di dover spiegare cosa c'entra il lavoro con il progetto di vita per una persona con disabilità dovrebbe suonare strano. Sotto il coordinamento operativo di Daniela Gariglio, il Centro Studi per i diritti e la vita indipendente (DIVI) parte proprio da questa stranezza lavorando su più fronti: dalla costruzione di politiche innovative al supporto alle aziende, dalla formazione di operatori e operatrici al contrasto di luoghi comuni che generano meccanismi di discriminazione.

La saldatura che ci portiamo dietro

L'eccezionalità che percepiamo quando parliamo di lavoro e disabilità non deriva dall'osservazione empirica ﹣ sappiamo tutti che ci sono persone con disabilità che lavorano ﹣ bensì è radicata nel concetto stesso di disabile. E ha una radice storica: un paio di secoli fa, quando c'è stato bisogno di definire la categoria di “disabile” a livello legale ﹣ oltre che medico ﹣ lo si è fatto per distinguere chi poteva lavorare (e quindi mantenersi) da chi non poteva (e quindi aveva diritto ad aiuti dallo Stato). 

Chi studia queste tematiche parla di saldatura concettuale: i due concetti di “disabilità” e “non-lavoro” si sono attaccati insieme. E quella saldatura, oggi, continua a produrre effetti concreti nelle vite delle persone.

Il modo più evidente è per sottrazione. Fin dall’infanzia, la dimensione del futuro lavorativo viene sistematicamente cancellata dall'immaginario dei bambini e delle bambine con disabilità. Facciamo un esempio: un bambino cieco dice che vuole fare l'astronauta, e noi proviamo dispiacere perché pensiamo "poverino, non lo potrà fare". 
Ma se una bambina dice che vuole fare la cacciatrice di dinosauri, ci fa sorridere senza farci provare dispiacere. Perché i sogni di bambine e bambini senza disabilità non passano al vaglio della verosimiglianza, mentre alle persone con disabilità è consentito solo un campo di aspirazioni ristretto. Il lavoro diventa spesso un'ipotesi remota, un "vedremo se sarà possibile".

Esistono modi concreti per rompere questa saldatura. Noi lo abbiamo fatto mettendo i risultati della nostra ricerca a disposizione di un progetto di inserimento lavorativo realizzato da Fondazione Time2 in collaborazione con Dimar spa, raccontato attraverso le voci dirette dei protagonisti.

Normalizzazione non è liberazione
Negli ultimi anni, specialmente dopo l'approvazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, i tentativi di collegare disabilità e lavoro non sono mancati.

Ma spesso questi sforzi hanno finito per cristallizzare l'immagine abilista: quella della super-competenza, del collegamento rigido tra certe diagnosi e certe professioni, di alcuni settori "adatti". Il lavoro è diventato la dimostrazione ultima di normalizzazione e si sono creati luoghi di lavoro divisi per diagnosi.

Questo è il contrario di quello che dice la Convenzione ONU, che restituisce a tutte e tutti uguale legittimità nella presenza al mondo, senza classificare in base a criteri di supposta produttività.


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La varietà dell'esistenza
Il lavoro, quando è su base di uguaglianza, non si dispiega mai esclusivamente nell'esercizio di una mansione. C'è chi lavora solo per lo stipendio e chi per soddisfazione personale, chi trova nel lavoro amicizie fondamentali e chi ignora le persone con cui lavora. C'è chi segue le orme dei genitori e chi fa di tutto per allontanarsene. Chi cambia strada radicalmente, chi desidera tutta la vita un mestiere che non riesce a fare, chi scopre che il lavoro ottenuto con fatica non gli piace. Chi sceglie di non lavorare o chi lavora sei mesi l'anno e viaggia il resto del tempo.

Questo lungo elenco è semplicemente la varietà dell'esistenza, che percepiamo ovvia finché non mettiamo nel quadro la disabilità. Il modo in cui il lavoro sta in rapporto all'esistenza di una persona con disabilità può essere autovalutato – da sé stessi, non da altri – solo in relazione al suo progetto di vita, ai suoi desideri, aspirazioni, preferenze, alle opportunità del suo vivere quotidiano.

Costruire nuovi modelli
È chiaro allora come sia necessario un modello di accompagnamento al lavoro in attuazione della Convenzione ONU capace di muoversi in coerenza con questo scenario, che abbia cioè la capacità concreta di dispiegare questo orizzonte per ogni persona con disabilità che lo desideri.

Non si tratta di trovare "il lavoro giusto per quella disabilità", ma di costruire le condizioni perché ogni persona possa scegliere, provare, sbagliare e cambiare idea. Il nostro lavoro di ricerca è e continuerà a essere proprio questo: mettere a punto gli strumenti, i processi e le innovazioni che rendano questa libertà non un'eccezione, ma la norma.

Grazie al progetto Lavoro, Vivo, Scelgo, abbiamo deciso di mostrare come funziona nella pratica l'accompagnamento al lavoro secondo la Convenzione ONU attraverso un dialogo tra una giovane lavoratrice e la sua tutor. Il video è stato costruito insieme, rispettando i tempi e le modalità di funzionamento di entrambe: un esempio concreto di partecipazione autentica.