Ascolto e connessione emotiva: come la relazione familiare protegge dall'anoressia
Dagli anni '80 l'anoressia nervosa è diventata un'emergenza sociale con un'incidenza di 7 casi su 100.000 l'anno. Se inizialmente le cause erano attribuite alla personalità dei genitori, studi recenti dimostrano invece che il fattore chiave è la loro capacità di sintonizzarsi emotivamente con figli e figlie, di mettersi nei loro panni. Capire e connettersi ai bisogni profondi dei giovani è la via per prevenire i Disturbi del Comportamenti Alimentari e il disagio psichico.
All’incirca negli anni settanta del secolo scorso si è iniziato a osservare nuovi disturbi psichici che si ripercuotevano sul corpo oltre che sulla mente: parliamo dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). L’epidemia caratterizzata da una improvvisa crescita del numero dei casi - prima intorno allo 0 e quasi improvvisamente divenuti molto numerosi, 7/100.000 all’anno - si è diffusa dagli Stati Uniti all’Europa, e poi in tutto il mondo negli anni ottanta, e ha iniziato a costituire un grosso problema sociale.
In particolare l’Anoressia Nervosa (AN), se non curata, poteva essere mortale (fino al 10% dei casi). Si tratta di un disturbo principalmente femminile caratterizzato da una forte perdita di peso e dall’angoscia di aumentarlo, spesso associata a una percezione del corpo come grasso anche se emaciato. Le sue cause sembravano incomprensibili e le cure farmacologiche e psicologiche spesso risultavano poco efficaci.
La comunità scientifica dell’epoca aveva inquadrato il problema come conseguenza di un distorto rapporto tra la madre e la figlia, con la complicità del padre che restava troppo in disparte, ma gli interventi terapeutici basati su questo modello non sempre funzionavano.
Ben presto si è capito che le cause sono molte e riguardano un complesso intreccio di aspetti genetici, biologici, psicologici e di sviluppo della personalità, e anche questioni sociali e familiari espresse in modo variabile in ciascun individuo.
Un contributo rilevante alla comprensione del fenomeno è arrivato proprio da Torino, dove negli anni novanta il professor Rovera, psichiatra e psicoanalista, ha fondato un centro pilota nella Clinica Psichiatrica Universitaria dell’Ospedale Molinette destinato alla ricerca delle cause e alla cura avanzata di questi disturbi.
Le ricerche sulla famiglia e sui genitori delle pazienti condotte in questo centro sono state molte, si sono intrecciate con quelle sulla personalità, sulla psicopatologia e sugli effetti della psicoterapia. Spesso con risultati contrastanti: ad esempio, in alcuni casi, anche se i genitori mostravano vulnerabilità caratteriali o forte ansia, queste non sembravano direttamente correlate ai disturbi delle figlie. In altri casi i genitori non presentavano particolari fragilità, eppure le figlie erano comunque molto sofferenti.
Poi una ricerca del 2011 ha cambiato prospettiva: confrontando tra loro fratelli e sorelle, ha evidenziato che a fare la differenza tra chi sviluppa un DCA e chi no, era il bisogno di approvazione troppo elevato, che è uno specifico difetto dell’attaccamento, cioè della modalità con cui i figli interagiscono coi loro genitori nei primi anni di vita. Da allora le ricerche si sono indirizzate proprio all’attaccamento utilizzando anche le moderne tecniche di neuroimaging: tra le scoperte più importanti si è visto come il rapporto tra figlia e genitori sia la base perfino dello sviluppo di alcune aree del cervello coinvolte nello sviluppo del Sé della figlia. I problemi nella costruzione di un Sé che coordini il funzionamento del pensiero e delle emozioni sono il nucleo più profondo alla base di questi disturbi.
Ma come è possibile aiutare i genitori a favorire l’attaccamento e supportare lo sviluppo del Sé?
Una nostra recente ricerca ha indagato la ‘sintonizzazione emotiva’, ovvero la capacità dei genitori di mettersi nei panni di figli e figlie e di capire come si sentono in un certo momento.
Per la prima volta si sono trovate delle correlazioni forti e dirette: più alto era il ‘distacco emotivo’ più accentuata era la sofferenza dei figli e quindi il loro disturbo mentale.
Questo risultato dovrà essere confermato da altre ricerche, tuttavia suggerisce che non è tanto la personalità dei genitori che facilita lo sviluppo della sofferenza nei figli ma la relazione che costruiscono con loro. Se questa minaccia l’attaccamento, i figli corrono il rischio di sviluppare Disturbi del Comportamento Alimentare.
Ciò implica che i genitori non devono solo educare i figli, ma, soprattutto, devono sintonizzarsi con loro, capirli, considerare ciò che provano e pensano. Questo potrebbe contribuire a modificare in modo radicale lo stile educativo delle famiglie moderne e magari prevenire sofferenze per i figli e per i genitori stessi.
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Fermo restando il complesso intreccio dei fattori (genetici, ambientali, sociali e psicologici) che portano allo sviluppo dei Disturbi del Comportamento Alimentare, in futuro la ricerca dovrebbe occuparsi in modo più sistematico e approfondito della relazione tra stile educativo, sviluppo dell’attaccamento, sviluppo del Sé e della psicopatologia dei giovani.
Si dovranno evidenziare le criticità, identificare per ogni singola coppia genitore-figlio le possibili correzioni per favorire il migliore sviluppo della personalità e del Sé del figlio. Ciò potrebbe aiutare a prevenire diverse forme di disagio: non solo anoressia nervosa o bulimia, ma anche altri disturbi come la depressione o il suicidio, purtroppo molto frequenti tra gli adolescenti di oggi.
Bibliografia
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