Storie di ricerca

Anche la foresta va a tempo: ritmo e musicalità nei primati cantanti

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Senza parole

I primati non umani sono fondamentali per capire come si è evoluta la comunicazione vocale grazie alla complessità dei loro canti: sequenze lunghe, strutturate e organizzate nel tempo, che svolgono funzioni multiple, dalla difesa del territorio alla coesione sociale, e presenti in poche specie non imparentate tra loro. Studi recenti mostrano che molte specie condividono una struttura ritmica che facilita la coordinazione vocale. Per questo, i primati cantanti sono un modello privilegiato per indagare le basi biologiche della musicalità e del linguaggio umano.

Nel panorama della comunicazione animale, i primati non umani hanno sempre occupato una posizione di rilievo, sia grazie alla vicinanza con l’essere umano, sia alla complessità e varietà dei loro segnali vocali. In alcune specie, infatti, si osserva l’uso di sequenze vocali lunghe, spesso udibili a grande distanza, chiamate canti

Questi non sono casuali, ma si organizzano in unità e frasi modulate, simili alle note di una melodia. Le unità si combinano in frasi ricorrenti dal numero variabile di componenti, paragonabili a delle sequenze di note che si ripetono in una canzone. A loro volta, le frasi si articolano in sequenze più lunghe, secondo un’organizzazione ordinata e prevedibile. 

Questa riguarda anche il tempo: il canto funziona su più livelli, proprio come un discorso ben costruito, e la struttura gerarchica temporale rende i canti facilmente riconoscibili e coordinabili tra individui, rivelando un controllo vocale sorprendentemente sofisticato.

La particolarità di queste vocalizzazioni è che sono presenti in poche famiglie di primati arboricoli non strettamente imparentate tra loro e distribuite in aree molto lontane: dal Sud-Est Asiatico (Famiglie Tarsiidae e Hylobatidae) all’America del Sud (Pitheciidae), passando per il Madagascar (Indriidae). 

Esemplare di Indri indri, una delle poche specie di primati cantanti e il più grande lemure vivente, fotografato nella foresta pluviale di Maromizaha. Foto: Daria Valente



Questa distanza, sia evolutiva sia geografica, suggerisce che questo tratto sia comparso più volte nel corso dell’evoluzione, piuttosto che provenire da un antenato comune. Questo fenomeno, noto come convergenza evolutiva, si verifica quando specie diverse sviluppano caratteristiche simili sotto la spinta di condizioni ambientali simili. 

Un esempio classico sono le ali di uccelli, pipistrelli e insetti: questi gruppi non sono imparentati ma hanno evoluto le ali perché garantiscono una strategia di movimento ottimale. Allo stesso modo, primati lontani tra loro ma che vivono in ambienti forestali simili possono aver sviluppato sistemi vocali simili perché in questi habitat comunicare a distanza con segnali vocali lunghi e organizzati è efficace.

Nei primati il canto ha molteplici funzioni: difesa del territorio, mantenimento della distanza tra gruppi, coesione del gruppo, comunicazione a lunga distanza in ambienti forestali con visibilità limitata. Inoltre, quando due o più individui cantano insieme, è necessaria una precisa coordinazione dei tempi vocali. Questa sincronizzazione sembra avere anche una funzione sociale: rafforza il legame tra gli individui coinvolti e lo rende visibile agli altri membri della specie.


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I primi lavori scientifici sul canto nei primati, che risalgono agli anni Ottanta, si concentravano sulla relazione tra i canti, la difesa territoriale e la monogamia sociale. Negli ultimi anni questa associazione quasi automatica è stata superata. Studi più recenti, infatti, hanno confermato che il sistema sociale conta meno del previsto nel modellare questo comportamento: la monogamia non è la regola ed esistono diverse forme di organizzazione sociale che possono sostenere vocalizzazioni coordinate.
In sintesi, ciò che conta non è tanto “con chi si vive”, ma la capacità di coordinarsi nel tempo e nello spazio. Questo rende il canto uno strumento adattabile a esigenze sociali diverse, e non il semplice riflesso di un unico modello sociale.

Negli ultimi quarant’anni la comunità scientifica ha tentato di decifrare le regole che sottendono la struttura dei canti. Sebbene non si tratti di canto nel senso estetico e culturale tipicamente umano, queste emissioni vocali condividono con la musica alcune proprietà come l’organizzazione temporale, la coordinazione tra due o più individui e la regolarità ritmica. 

Quest’ultima rappresenta forse uno degli aspetti più affascinanti investigati in Indri indri, il più grande lemure vivente endemico del Madagascar, soggetto da più di vent’anni delle ricerche del nostro Laboratorio di Etologia. Gli indri emettono duetti o cori, che coinvolgono rispettivamente due o più individui, in cui i tempi tra un suono e l’altro non sono casuali ma seguono schemi regolari, organizzati secondo rapporti matematici semplici. 

Per esempio, il rapporto 1:1 (detto isocrono, dove gli intervalli consecutivi hanno tutti la stessa durata, come il ticchettio di un metronomo) e il rapporto 1:2 (in cui un intervallo dura la metà rispetto al successivo). 

In altre parole, il canto dell’indri presenta una struttura temporale “a grana regolare”, che ricorda alcune regole di base ricorrenti nella musica umana.

Risultati simili stanno emergendo anche nei primati antropomorfi minori, come i gibboni. Studi su tre specie del genere Nomascus - comunemente noti come gibboni crestati - e sulla specie Hylobates lar hanno dimostrato come un’altra scimmia antropomorfa esibisce una struttura isocrona e che questa facilita la sincronizzazione tra i partner durante il duetto.

Un ulteriore studio sui callicebi rossi (Plecturocebus cupreus) ha rivelato che i canti cambiano struttura a seconda del contesto sociale in cui vengono prodotti. Inoltre, i due membri della coppia riproduttiva cantano con un livello di precisione temporale molto simile, suggerendo che l’isocronia svolga un ruolo chiave nel facilitare la loro coordinazione.

Indipendentemente dalla specie emerge quindi che un’elevata coordinazione e una precisa organizzazione nel tempo rendono i canti un fenomeno particolarmente interessante dal punto di vista evolutivo. Queste vocalizzazioni richiedono infatti capacità condivise di controllo della voce e del ritmo, abilità fino a poco fa considerate appannaggio esclusivo dell’essere umano. 

Nel complesso, i nostri studi evidenziano sia l’importanza del ritmo isocrono sia i possibili processi che ne hanno favorito la comparsa, sottolineando il ruolo dei fattori sociali nel modellare la struttura del canto.

Queste sono informazioni cruciali per comprendere l’evoluzione della comunicazione vocale e le origini biologiche del linguaggio e della musicalità umana. Permettono infatti di indagare continuità e differenze tra la comunicazione umana e quella degli altri primati, gettando luce su uno dei tratti che credevamo tra i più distintivi della nostra specie: l’abilità di usare la comunicazione vocale non solo per condividere informazioni, ma anche per costruire e mediare relazioni sociali complesse.

Per comprendere davvero i primati cantanti non basta sapere chi canta: bisogna misurare in modo quantitativo come questi animali interagiscono tra loro cantando e analizzare i fattori che plasmano le emissioni vocali. Nel nostro approccio, che fonde bioacustica, etologia e studi comparativi, i primati cantanti diventano un modello potente per indagare l’evoluzione della comunicazione vocale e, indirettamente, alcune premesse biologiche della musicalità umana.

Questa storia di ricerca è stata editata da Silvia Cussotto e Federica Rachetto, studentesse del corso di Laurea in Biologia dell'Ambiente, nell'ambito del tirocinio presso la Redazione di Frida. La supervisione è a cura della Redazione.