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Gestione del territorio, delle risorse e dei rifiuti, Sostenibilità ambientale

Attenzione: caduta massi! Dietro un semplice cartello grandi incertezze

Photo by Fleur on Unsplash

Quante volte ci è capitato di percorrere una strada di montagna e vedere un cartello di pericolo di caduta massi. Se ne vedono così tanti che non ci facciamo più caso. Magari abbiamo notato qualche sasso sulla strada, ma siamo passati oltre senza dargli troppo peso. Nessuno si aspetta che cada un masso proprio mentre si sta passando... eppure può succedere. Ma niente panico: siamo qui per fare previsioni, progettare barriere e metterci al sicuro!

Esistono tanti tipi di frana: in terra o in roccia, lenta o veloce, che scorre o scivola o ribalta o crolla, o tutto insieme… Insomma, per noi ricercatori, un mondo affascinante e complesso, una matassa di combinazioni di fattori predisponenti e scatenanti difficile da dipanare.
Tra tutte, la caduta massi potrebbe sembrare la più semplice da studiare e modellare: un blocco si stacca dalla parete rocciosa, cade, rimbalza, rotola, prima o poi si ferma. Massa, velocità, energia.
Bene: non è così. Prima di tutto perché il blocco si stacca solo se viene in qualche modo isolato dalla roccia circostante, e già questo apre un mondo di casistiche geologiche. E poi, il blocco può essere un sassolino, così come un masso di diverse tonnellate. Dalla massa dipende la sua energia, cioè quanto potrebbe arrivare lontano, se il suo percorso fosse spianato: così non è, nella stragrande maggioranza dei casi, perché lungo quel percorso potrebbero esserci in sequenza un deposito di detriti, una radura con cespugli, un bosco, che frenano in qualche modo il moto del blocco, così come una strada, una fabbrica, una casa, ossia gli elementi che vogliamo proteggere.

Insomma, lo studio della caduta massi deve tenere conto di tante componenti di incertezza, molte delle quali del tutto aleatorie e variabili nello spazio, legate all’evoluzione naturale degli ammassi rocciosi e alla conformazione dei pendii.

Negli ultimi decenni sono stati sviluppati diversi metodi di modellazione numerica, finalizzati alla previsione delle possibili traiettorie dei blocchi allo scopo è quello di progettare barriere paramassi (rigide o flessibili) e sceglierne la posizione più efficace per proteggere ciò che è a rischio. Strumenti sempre più avanzati di telerilevamento permettono di creare il modello 3D del pendio ed assegnare le caratteristiche dei vari materiali che ne costituiscono la superficie, in modo da simulare verosimilmente la riduzione dell’energia a causa di rimbalzi e rotolamenti. Le ultimissime ricerche puntano addirittura alla modellazione della frammentazione che il blocco può subire a causa degli urti.

Il mio gruppo di ricerca si occupa da tempo di metodi di rilievo non a contatto per valutare le caratteristiche geometriche delle fratture visibili sulle pareti rocciose. Proprio le fratture, il loro assetto e la loro spaziatura, determinano la variabilità del volume del blocco che si può generare. Cerchiamo di dare il nostro contributo quantificando tale variabilità e associando a ogni valore del volume una probabilità di non superamento dello stesso.

Eppure, alla fine i grandi progressi nella ricerca si scontrano con un problema del tutto pratico: decidere qual è il blocco di progetto, ossia quello su cui definire le caratteristiche e la posizione delle barriere paramassi. Meglio il valore medio del suo volume? O quello che ha solo il 5% di probabilità di essere superato? O cambiare del tutto strategia, considerando un’intera distribuzione di volumi possibili? Purtroppo ad oggi nessuna normativa lo stabilisce con chiarezza, né dà indicazioni su come superare la questione una volta per tutte. E la scelta inevitabilmente finisce per assumere risvolti economici, più che di sicurezza.

Le statistiche ci dicono che la caduta massi rappresenta una delle principali cause di decesso associate a fenomeni franosi, poiché energia e velocità dei blocchi rendono pressoché nullo il tempo per capire cosa sta succedendo, spostarsi, scappare. E allora non ci resta altro che continuare la ricerca, per trasformare le componenti di incertezza in quantità numeriche e fornire gli strumenti per progettare al meglio le opere che devono proteggerci.


IMMAGINI

Questa storia di ricerca si trova in:


un racconto di
Gessica Umili
DIPARTIMENTO / STRUTTURA

Pubblicato il

29 aprile 2020

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