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Studio del passato dell'umanità

We Came in Peace. L'esplorazione dello spazio dalla Guerra Fredda a oggi

Illustrazione della Missione Apollo-Soyuz, 1975. Davis Meltzer/NASA

Lo sbarco sulla Luna non è stato solo un grande successo scientifico-tecnologico dell’umanità, ma anche il frutto della competizione tra USA e URSS in piena Guerra Fredda. Barbara Curli, docente di Storia Contemporanea ed esperta di politiche della ricerca del ‘900, ci aiuta a capire quel contesto in rapporto a quello dell’attuale corsa allo spazio

Il messaggio scritto sulla targa lasciata sulla luna da Neil Armstrong e Buzz Aldrin include l’annuncio "We Came in Peace for All Mankind". Eppure, oltre al fatto che gli stessi astronauti avevano un passato da militari, il programma Apollo fu il frutto della rivalità ideologica, politica e militare di Usa e Unione Sovietica in piena Guerra Fredda. Professoressa Curli, qual era dunque il quadro politico globale in quegli anni?
Quando negli anni ‘50 comincia la corsa allo spazio e c’è il lancio dello Sputnik nel 1957 e poi il volo nello spazio di Jurij Gagarin nel 1961, siamo nel momento di maggiore tensione della Guerra Fredda, che, iniziata quando occorreva ricostruire un ordine globale dopo la seconda guerra mondiale, ebbe il suo momento culminante nell’ottobre 1962 con il dispiegamento dei missili sovietici a Cuba (crisi poi risolta da John Kennedy e Nikita Krusciov). I primi successi sovietici nella corsa allo spazio sono stati degli shock per gli USA. Come risposta allo Sputnik, il presidente Dwight Eisenhower fonda la Nasa (National Aeronautics and Space Administration), mentre il programma Apollo viene lanciato da Kennedy in un famoso discorso al Congresso il 25 maggio 1961, subito dopo l’impresa di Gagarin. Vincere questa corsa implicava dimostrare non solo il proprio primato scientifico, ma anche il successo di un modello politico e di società: liberale capitalistico occidentale da una parte e comunista dall’altra. A questa lettura storiografica tradizionale si aggiunge oggi un approccio più globale che valorizza anche altri aspetti, per esempio quelli tecnico-scientifici (come la scelta di propellenti), influenzati dalle strutture economiche e della ricerca scientifica delle due potenze. Ma anche gli aspetti sociali: da parte soprattutto statunitense si ricostruisce il contesto socio-familiare degli astronauti ma anche chi erano i tecnici, gli ingegneri che resero possibile lo sbarco; oggi sappiamo che c’erano anche donne (tra cui afroamericane, che hanno ricoperto ruoli fondamentali) nel team che ha permesso il successo degli USA.
In ogni caso quello che ha caratterizzato la corsa allo spazio statunitense è stata l’identificazione dell’espansione e del successo americani, di cui la Luna costituiva la nuova “frontiera”, con il bene dell’umanità intera. Questo spiega anche il messaggio sulla targa lasciata sulla Luna.

È curioso che se da una parte c’erano scienziati, e in particolare un gruppo di fisici, impegnati a costruire una scienza per la pace, che come ci ha raccontato Matteo Leone ha visto anche la nascita del CERN, dall’altra c’era una scienza e uno sviluppo tecnologico con una connotazione di nuovo militare, nonostante la recente devastazione delle due guerre mondiali.
È vero. Le tecnologie spaziali sono state fin dai loro esordi delle tecnologie tipicamente dual use, da una parte rivolte a usi civili, dall’altra con scopi militari e di difesa, come è stato anche per le tecnologie nucleari. Così i satelliti sono strumento di conoscenza per sviluppare una scienza al di là della nostra atmosfera, fatta di osservazioni dell’universo, ma anche di difesa, per esempio per individuare missili nemici. Il GPS, ad esempio, è uno degli effetti della ripresa della ricerca spaziale americana degli anni ‘80, dopo un rallentamento dovuto a una parziale distensione della Guerra Fredda negli anni ’70, e si tratta di uno strumento che nasce come strumento militare ma di cui tutti oggi facciamo uso.

Cosa ha significato, per l'Italia in particolare, lo sbarco sulla Luna?
Lo sbarco sulla Luna in Italia è stato uno di quegli eventi mediatici che segna profondamente le generazioni che ne sono testimoni. Io stessa, allora una bambina, ricordo di essere tornata con i miei dalle vacanze al mare apposta per seguire in televisione questo evento epocale trasmesso in mondovisione. Tanto importante da unire culturalmente i due grandi schieramenti della Guerra Fredda in cui l’Italia era divisa: la democrazia cristiana e il partito comunista. Tutti, indipendentemente dallo schieramento politico, celebrarono i primi uomini sulla Luna. Un clima influenzato da una nuova e crescente fiducia e ottimismo nei confronti del progresso (anche scientifico) supportato dal boom economico post-bellico.

E oggi? Come si caratterizza l’attuale corsa allo spazio che ha come obiettivo Marte?
Oggi indubbiamente si può parlare di una nuova corsa allo spazio. Come 50 anni fa la corsa all’esplorazione spaziale è connotata da prestigio nazionale, da una certa retorica di bene per l’umanità, anche se più affievolita, e da una dimensione militare. Ma ci sono anche delle differenze. In primis abbiamo una dimensione globale: alla competizione si sono aggiunte potenze emergenti come Cina e India e alla base dei progetti spaziali ci sono collaborazioni internazionali, non più progetti soltanto nazionali. E in questo contesto, anche l'Italia si può annoverare tra i protagonisti delle attuali esplorazioni spaziali. Vi è poi una dimensione commerciale: diverse aziende piccole o grandi che stanziano finanziamenti economici vedono nelle esplorazioni spaziali una nuova frontiera di espansione. Infine, se 50 anni fa le ricerche erano connotate dal desiderio di conoscere e studiare, per esempio gli elementi presenti sul suolo lunare, oggi si parla di abitare la Luna e cercare risorse per un pianeta Terra che sta esaurendo le proprie, come l’acqua o come le terre rare, come l’Ittrio e il Cerio.
Sul piano storico si può dire che l’attuale corsa allo spazio mostra la “rottura” tra scienza e identità nazionale che invece si era sviluppata nel corso dell’800 e aveva alimentato anche la prima corsa allo spazio: le attuali tecnologie richiedono uno sforzo globale e internazionale che rompe i confini della nazione come luogo esclusivo di costruzione della politica scientifica. Nonostante la dimensione militare, in queste caratteristiche della “nuova corsa allo spazio” possiamo trovare anche motivi di speranza e punti di partenza su cui lavorare politicamente e culturalmente per contrastare il ritorno dei nazionalismi e dei conflitti tra nazioni.


Intervista a

Barbara Curli
Dipartimento

A cura di

Redazione FRidA
Pubblicato il

15 luglio 2019

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