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Studio del passato dell'umanità

Il contributo delle religioni nel processo di integrazione europea

Pace, solidarietà, prosperità, protezione ambientale e diritti umani sono tra i principi fondanti dell’Europa ma anche valori coltivati dalle chiese e dalle comunità religiose europee. Quanto allora queste possono avere influenzato l’integrazione dei paesi europei? Da storico, cerco una risposta analizzando il rapporto tra ecumenismo e federalismo.

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. In tal senso, “il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile”. È l’incipit della Dichiarazione Schuman che segna l’avvio del processo d’integrazione continentale e pone l’obiettivo della federazione europea. Pronunciata il 9 maggio 1950 dall’allora ministro degli Esteri francese, la Dichiarazione affianca alla pace la solidarietà, quale valore indispensabile con cui costruire l’Europa unita, superando gli egoismi nazionali. L’integrazione europea, infatti, non era e non doveva essere solo espressione degli interessi economici degli Stati membri, ma il risultato di un processo di diffusione di valori faticosamente conquistati, come la pace, la libertà, l’uguaglianza (inclusa quella di genere), la sicurezza, la democrazia e i diritti umani. Tutti principi di civiltà che si ritrovano nell’etica religiosa. È una coincidenza o l’ethos religioso ha influenzato i processi politici alla base dell’integrazione europea? E in che misura?

Sul piano storico, nel XX secolo si riconosce l’impegno di alcune figure religiose per l’unità europea come i papi Pio XII e Paolo VI, ma anche di laici, come Robert Schuman, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, fondatori della prima comunità europea, che avevano nutrito le proprie riflessioni politiche di principi e valori cristiani, in primis della fratellanza fra i popoli. I tre erano cresciuti in terre di confine, parlavano più lingue ed erano stati testimoni di due guerre mondiali. È difficile capire quanto la religione, che coinvolge una sfera intima ma apre a valori universali, abbia potuto influenzare pensieri e azioni politiche. Eppure le due riflessioni andavano di pari passo e l’idea di una federazione europea era per loro un progetto di civiltà che restituiva dignità all’umanità e un futuro di libertà e progresso ai popoli europei oltre ogni retorica nazionalista.

Nel 1945, un gruppo di protestanti italiani si riunì intorno al tema “Ecumenismo e federalismo”, chiedendosi se fosse possibile replicare sul piano politico lo sforzo delle chiese verso la riconciliazione, superando la visione ristretta degli interessi nazionali a fronte della prospettiva di una “comunità di destino”, tesa a perseguire il bene comune rispettando le differenze. Le religioni, quando restano fedeli al proprio credo senza radicalizzarsi, spesso anticipano i processi politici rivendicando valori e idee di progresso. Un esempio di convergenza si trova nel motto dell’Europa “Uniti nella diversità” che implica l’arricchimento tramite il pluralismo e nega l’omologazione. “Uniti attraverso le diversità” è invece quello del Consiglio ecumenico delle chiese protestanti che propone uno sforzo ulteriore: la contaminazione, dove la differenza dell’altro è un modo per riflettere su se stessi.

Spesso si perdono le tracce di queste anticipazioni, come nel caso della sussidiarietà, il principio per cui è inopportuno rimettere a una società maggiore ciò che le minori possono svolgere in autonomia, ma è opportuno un suo intervento in caso contrario. È un principio antico che si regge sulla libertà e la responsabilità della persona così come pensate dal cristianesimo e, applicato alla società e alla politica, favorisce il pluralismo e la cooperazione. Un principio che torna attuale con Maastricht, mostrandosi oggi utile a governare la complessità delle nostre società plurali.


un racconto di

Filippo Maria Giordano
Dipartimento

Pubblicato il

16 aprile 2019

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