Brand
Processi sociali e politici, Legge e Comunicazione

Empatia e cura delle relazioni per contrastare il bullismo a scuola

Bullismo e cyberbullismo stanno destando sempre maggiore preoccupazione a fronte dei fatti spesso drammatici riportati dalla cronaca. Ma cosa si intende davvero per bullismo e cosa può fare il mondo della scuola per contrastarlo? Ci rispondono Maria Adelaide Gallina e Alberto Borraccino che insieme hanno curato un progetto sul tema.

Professor Borraccino, professoressa Gallina, chiariamo subito un punto: cosa si intende per bullismo?
Il bullismo si configura come una forma di socializzazione disadattante, caratterizzata da comportamenti di prevaricazione tra bambini e ragazzi, quasi sempre organizzati in gruppi all’interno di contesti scolastici o legati all’uso delle tecnologie digitali. Lo scopo, ben preciso, è di ledere la vittima prescelta con aggressioni continuative nel tempo, di tipo fisico, verbale o psicologico per affermare il proprio potere. Si manifesta con comportamenti più aggressivi nella scuola primaria e secondaria di I grado (6-14 anni) e con atteggiamenti di apatia e disinteresse nelle scuole secondarie di II grado (14-19 anni).

Come si può spiegare il fenomeno sul piano culturale e sociale?
I modelli cinematografici e quelli veicolati dai media che trasmettono ripetutamente scene di violenza o di assillante competitività rappresentano una realtà a cui gli adolescenti tendono a riferirsi e dalla quale possono trarre rinforzi significativi. Ci sono poi caratteristiche esteriori - come il fatto di essere obeso, portare gli occhiali, avere un particolare colore dei capelli o altre proprietà riferite all’aspetto estetico - che fanno sentire una persona diversa dal modello ideale proposto dai media, e che vengono percepite da alcuni soggetti come spunto per la prevaricazione.
Sul piano sociale si può dire che il processo di individualizzazione che caratterizza la nostra società, se da una parte offre ampi spazi di libertà al soggetto, lo pone anche in una condizione di insicurezza, che rischia di sfociare in comportamenti devianti. In questo contesto può emergere il fenomeno del bullismo, dove l’insicurezza si può esprimere diventando bullo, spettatore o vittima. È fondamentale quindi cogliere la differenza tra comunità, che appare categorica e coercitiva poiché determina e definisce il casting sociale dell’individuo, e identità, che invece viene liberamente scelta. Occorre quindi riconciliare le sfide dell’appartenenza alla comunità con la definizione di sé abbinata all’autoaffermazione.

Facendo un focus sull’individuo come si diventa bullo? Si può fare l’“identikit” del bullo?
Nell’immaginario collettivo i bulli sono immaturi, violenti, senza valori, una figura stereotipata di giovane “deviato”. Occorre però analizzare la complessità sociale della condizione giovanile, tenendo conto delle rapide trasformazioni della società contemporanea. Se da una parte il bullo manca di una “educazione all’empatia” ed è incapace di esprimere le emozioni (alessitimia), violenza e aggressività, verso i pari ma anche verso adulti e insegnanti, sono un mezzo per ottenere vantaggi e prestigio a livello sociale. Le credenze che guidano e giustificano le azioni di prevaricazione sono spesso riassumibili in affermazioni quali: “è normale che quelli ridicoli vengano presi in giro, lo fanno tutti”, “non sto facendo niente di male: è solo uno scherzo, per divertirsi”, “gli insegnanti non possono farmi niente, io sono minorenne quindi non sono punibile”.

Professor Borraccino, sono in aumento i fenomeni di bullismo? E come l’uso dei social network influisce sul fenomeno?
Come scrive il sociologo Zygmunt Bauman in una pubblicazione del 2006, l’individuo è oggi privo di riferimenti stabili e le trasformazioni digitali hanno rivoluzionato la comunicazione, trasformando radicalmente il concetto di scambio tra persone. È così venuto a mancare l’essere-in-relazione e si sono modificate due componenti fondanti dell’organizzazione dell’individuo: la cultura di riferimento e il vissuto esperienziale e percettivo.
Tuttavia per dichiarare che un fenomeno è in aumento, in riduzione o stabile è necessario disporre di strumenti di osservazione e misurazione coerenti nel tempo e rispetto alle modalità con cui il fenomeno si manifesta. Occorre poi capire se un certo fenomeno avviene con le stesse modalità e frequenza in diversi contesti, strati sociali, regioni o nazioni. Quindi prima di chiedersi quanto bullismo abbiamo, è necessario chiedersi se disponiamo di strumenti condivisi validati per misurare il fenomeno.
I sistemi di sorveglianza adottati dai Ministeri della Salute e dell’Istruzione, che rispondono a questi criteri, ci consentono di affermare che il fenomeno è presente ma molto, molto meno di quanto rilevato in altri contesti e nazioni rispetto all’Italia, che si pone tra i 4 paesi in Europa con minor bullismo.
È invece cresciuta l’attenzione mediatica sul fenomeno, che porta a interpretare erroneamente come bullismo episodi di violenza che scaturiscono per esempio dall’incapacità a gestire un conflitto. Il fenomeno dunque merita attenzione ma nessun allarme.

Professoressa Gallina, lei ha curato il libro "Dal bullismo al cyberbullismo. Strategie socio-educative" (Franco Angeli, 2020) sullo stato dell’arte di questo fenomeno rivolto in particolare agli insegnanti e presentato in occasione della giornata nazionale contro bullismo e cyberbullismo. Cosa può fare dunque la scuola per contrastare il fenomeno?
Con questo lavoro intendiamo focalizzare l’attenzione sulle diverse dimensioni che riguardano il bullismo e la sua evoluzione, per contribuire alla formazione di insegnanti, educatori ed esperti dei processi formativi, che si devono confrontare con strategie di intervento per affrontare il problema sia a livello individuale, sia all’interno del gruppo classe.
Infatti il bullismo emerge più facilmente all’interno di contesti scolastici, per diffondersi poi in quelli virtuali. Occorre quindi rimarcare che l’istituzione scolastica dovrebbe intervenire anche per supportare gli insegnanti nel cogliere le dinamiche relazionali presenti nella classe e il senso di appartenenza di allievi/e. Il lavoro con gli studenti richiede infatti un continuo confronto attraverso la proposta di attività sul tema dei valori, del rispetto di sé e dell’altro e può offrire strumenti specifici per contrastare il bullismo nelle sue varie forme. Se studiare il bullismo significa studiare la costruzione di credenze e sistemi valoriali da parte di bulli, gregari, vittime, spettatori, intervenire sul bullismo significa mettere sistematicamente in discussione le credenze correnti e proporre ai ragazzi sistemi valoriali alternativi. È per esempio importante favorire il senso di appartenenza da contrapporre all’individualismo, puntando su una educazione ai sentimenti alla capacità di esprimerli concentrandosi in particolare sull’empatia. Per contrastare in particolare il cyberbullismo è poi importante educare a un uso consapevole della rete. Tra i tanti strumenti utili citiamo i progetti Social4school e Contro l’odio realizzati dai colleghi in Università.

Maria Adelaide Gallina
è ricercatrice in Sociologia generale presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino e si occupa principalmente di tematiche inerenti le forme di devianza, quali il bullismo e la dipendenza fisica e comportamentale.

Alberto Borraccino
È professore associato al Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche, si occupa di comportamenti collegati alla salute in ragazzi di età scolare e di valutazione qualitativa in Sanità.



Intervista a

Maria Adelaide Gallina
Dipartimento

A cura di

Redazione FRidA
Pubblicato il

07 febbraio 2020

condividi

potrebbero interessarti anche