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Processi sociali e politici, Legge e Comunicazione

Nunca màs: Stato e memoria in uno studio di diritto comparato

Fare memoria a livello istituzionale comporta analizzare la funzione che lo Stato è chiamato a svolgere rispetto all’elaborazione del passato, che per essere ricordato deve prima essere conosciuto. In un'ottica giuridica l’analisi si snoda tra musei e monumenti ma anche tra processi decisionali e di integrazione politica

A volte sono le memorie a farsi “luogo”, a volte è il luogo stesso a costituire di per sé una “memoria”. Ci sono infatti paesaggi profondamente modificati dall’uomo, desideroso di fossilizzare, tra le pieghe del terreno, il ricordo di un evento o di un personaggio, sino a trasformare lo spazio in luogo. Località come Oradour-sur-Glane, città dilaniata da una violenta rappresaglia nazista nel 1944 e volutamente mai ricostruita, o il Cretto di Gibellina in Sicilia, paese distrutto da un sisma nel 1968 e trasformato in opera d’arte, divengono esempi emblematici di quel momento che si fa eternità senza aggiungere nulla alla realtà e senza privarla nulla. A volte, invece, è la forza evocativa di un luogo a essere talmente incontrastabile da imporre una memoria, al di là di ogni resistenza, come accade nel caso dei siti di sterminio, da Auschwitz all’ESMA di Buenos Aires, passando per i luoghi dell’eccidio cambogiano.

Fare memoria a livello istituzionale presuppone uno sguardo al passato che sia teso al futuro in ottica integrativa. Ne consegue che non ogni azione di recupero rappresenta di per sé un atto idoneo a “fare memoria”. Un conto è limitarsi a rilevare il mero dato di fatto dello scorrere del tempo; altro è assegnare a eventi del passato un significato avendo la pretesa di una progettualità valoriale e sociale.
Le pratiche memoriali in ambito pubblico rappresentano prima di tutto un’equa alleanza delle istituzioni tra il ricordo e l’oblio e costituiscono di per sé un atto politico.
Nunca más non è solo uno slogan. È un grido che si eleva dai morti ai vivi e pretende con la sua forza dirompente di condizionare il futuro.
Il diritto è quello strumento attraverso il quale quel grido acquista valore giuridico, si concreta in valori sino a permeare di per sé il patto costituzionale, acquista una forza performativa sul corpo sociale.
In questo senso le scelte relative al se, cosa e come ricordare non preesistono alle decisioni politiche vincolandole; vincolano le scelte politiche perché sono esse stesse il frutto di una decisione rispetto al futuro identitario di una comunità che non può prescindere da un progetto di pacificazione con il passato.

A partire da un’analisi del dovere/diritto allo svelamento della verità questa ricerca segna un percorso che non vuole essere tanto o solo cronologico, quanto geografico, nel tentativo di indagare le diverse modalità con cui gli ordinamenti hanno reagito ai grandi traumi collettivi della storia elaborandoli anche sul piano giuridico.
Ci si sofferma così sull’esperienza tedesca che apre la grande stagione della teoria del contro-monumento che segnerà anche il percorso della museologia; si sottolineano in questo senso le attuali difficoltà dell’Italia nel raccontare il proprio passato: difficoltà ben rappresentate, per esempio dai contrasti che ha sollevato l’ipotesi della costruzione di un museo sul fascismo a Predappio. Si analizza la storia delle “lois memorielles”, leggi sulla memoria storica, che dalla Francia prendono piede progressivamente in tutto il mondo, sollecitando alcune riflessioni che nell’esperienza spagnola, che deve fare i conti con il passato della dittatura franchista, assumono piena concretezza. Si attraversa, infine, l’oceano per approfondire l’esperienza dei paesi dell’America Latina che, reagendo al terrorismo di Stato, fanno i conti con il proprio passato, anche ponendo pesanti interrogativi di natura giuridica sulla legittimità di strumenti quali le leggi di amnistia.


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