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Scienza e Vergogna. L’Università di Torino e le leggi razziali

Foto: Paolo Giagheddu

Aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2019 con ingresso gratuito dal lunedì al venerdì (h10-18), la mostra intende restituire un’identità alle 58 persone espulse dall’Università a seguito della promulgazione delle leggi razziali del 1938 e ricostruire il contesto politico e culturale dell’epoca

La mostra “Scienza e vergogna. L'Università di Torino e le leggi razziali” (Palazzo del Rettorato, qui le info logistiche) offre un'immersione nella realtà dell’Università di Torino tra il 1938 e i primi anni della ricostruzione post bellica. Organizzata da UniTO attraverso il Sistema Museale di Ateneo e l'Archivio Storico nell'ambito del Progetto “1938-2018. A 80 anni dalle leggi razziali” la mostra è curata da Giacomo Giacobini, Silvano Montaldo, Enrico Pasini, in collaborazione con Paola Novaria.

Il percorso espositivo inizia nello scalone d’accesso al primo piano del palazzo, che ricorda, nella successione delle alzate dei gradini, i nomi delle 58 persone che furono private del loro lavoro a causa delle leggi razziali. Sono proprio queste ultime a segnare l’ingresso vero e proprio della mostra insieme al busto di Mussolini. A seguire, nella prima sala, un ampio pannello e documenti originali ricostruiscono il quadro normativo e prescrittivo, cui i vertici dell’Ateneo diedero attuazione con espulsioni, sostituzioni, emarginazione, per ubbidire alle decisioni governative. Il grande ritratto di Vittorio Emanuele III, cofirmatario dei decreti, campeggia sullo sfondo a fianco di un’installazione audio che riprende il discorso inaugurale del Rettore Azzo Azzi in cui si fa esplicito riferimento alle leggi fasciste. Lì vicino, testi scientifici dedicati alla questione razziale ricordano il dibattito che, in un contesto ben diverso da quello della dittatura, si era sviluppato su questo tema fin dal secondo Settecento e l’enorme sviluppo che la svolta del 1938 impresse alla produzione di testi razzisti.
Nel corpo centrale del percorso ritroviamo le biografie degli espulsi: vite professionali improvvisamente e drammaticamente troncate, costrette a cercare nuove strade di realizzazione e a subire umiliazioni che preannunciarono più gravi persecuzioni. Strumenti scientifici e libri sono testimonianza delle ricerche forzatamente interrotte, oppure proseguite altrove in situazioni difficili, ma anche delle possibilità che si aprirono per alcuni che espatriarono.

Troviamo inoltre le vicende degli studenti, divise tra gli ebrei cui fu permesso di concludere gli studi ma in condizioni di emarginazione, e quanti, appartenenti alle organizzazioni fasciste, aderirono con entusiasmo alla svolta razzista della dittatura. Questa adesione fu incoraggiata da quella dei docenti dell’Ateneo che collaborarono alla produzione di una “scienza” razzista, del tutto priva di contenuti scientifici e di valori morali. Sono inoltre ricordate le vicende di quanti subentrarono agli espulsi, tra cui troviamo sia sostenitori del regime dallo scarso profilo accademico, sia studiosi di valore. Il crollo del fascismo e l’occupazione nazista, simboleggiati dalle fotografie degli spazi del Rettorato danneggiati dai bombardamenti, aprono sulla conclusione di questa drammatica vicenda. I docenti che collaborarono più apertamente con il regime subirono brevi periodi di sospensione, mentre non tutti coloro che erano stati espulsi dalle leggi razziali rientrarono nell’Ateneo; chi lo fece, in alcuni casi fu costretto a una difficile convivenza accademica con chi lo aveva sostituito.
L’ultima parte della mostra, infine, offre un tributo agli studi di alcuni docenti che subirono questa vergognosa ingiustizia, mentre uno specifico approfondimento è dedicato alle conoscenze attuali sulla specie umana che evidenzia la caduta di ogni fondamento scientifico.


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