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Processi sociali e politici, Legge e Comunicazione

Siamo ciò che (non?) mangiamo: il cibo come sistema semiotico

© Simona Stano

Oltre la dimensione prettamente materiale, l’alimentazione costituisce un vero e proprio sistema di segni, con cui esprimiamo la nostra identità socio-culturale. Tramite gusti, disgusti, regimi dietetici, estetiche gastronomiche e altri aspetti legati al cibo comunichiamo agli altri chi siamo (o non siamo) e chi vorremmo essere (o non essere).

Elemento ineliminabile della nostra vita, il cibo ha acquisito negli ultimi decenni una visibilità sempre maggiore nell’ambito della scena pubblica e mediatica: dalla moda ai social network, dalle fiere commerciali alle più svariate forme artistiche, dalla TV ai videogiochi, e altro ancora.
Questo ha dato origine a una corrente di studi - i “food studies” - focalizzati sull’analisi critica dei fenomeni alimentari non tanto dal punto di vista materiale comune alle più tradizionali scienze della nutrizione, quanto al livello delle pratiche sociali e culturali entro cui il cibo è inserito e investito di molteplici valori. Se è vero, infatti, che mangiamo innanzitutto per sopravvivere, lo è anche che, una volta soddisfatto tale bisogno, l’alimentazione acquisisce significati che trascendono la dimensione materiale.

Lungi dal coincidere semplicemente con fenomeni di natura fisiologica o percettiva, l’universo alimentare ha quindi a che vedere anche - e soprattutto - con i discorsi, le immagini, i comportamenti e le ideologie che lo attraversano.
Sebbene più recentemente rispetto ad altre discipline, anche la riflessione semiotica si è fatta strada in tale dibattito: sostanze, discorsi e pratiche alimentari sono parte di un processo di trasferimento del senso che può dire molto sui soggetti che li producono e consumano, sulle culture cui fanno riferimento, sulle società in cui circolano. È questo un aspetto che mi ha sempre affascinata profondamente, portandomi a considerare diverse sfaccettature dello studio del cibo come sistema semiotico: durante il dottorato, ad esempio, mi sono concentrata sui processi di “traduzione” del codice alimentare, ovvero sulle trasformazioni che intervengono su materie, spazi, tempi, testi e pratiche inerenti all’universo alimentare nel passaggio tra diverse culture. Accanto a questo filone di ricerca, incentrato per lo più sullo studio del linguaggio (o, meglio, dei linguaggi) del cibo, mi sono inoltre largamente dedicata all’analisi dei linguaggi sul cibo, indagando il modo in cui le varie rappresentazioni dell’universo gastronomico offerte dai mezzi di comunicazione di massa, e dai cosiddetti “new media”, investono il cibo di determinati significati e valori, dando origine a particolari immaginari collettivi.

Intrecciando queste due dimensioni, ho ideato e scritto un progetto di ricerca incentrato sull’analisi semiotica dei “miti alimentari” e, più in generale, della comunicazione relativa al cibo. Grazie a questo progetto, intitolato Communication for Food Protection (COMFECTION), ho ottenuto una Marie Curie Global Fellowship nell’ambito del programma quadro Horizon2020; un’avventura cominciata da qualche giorno, in collaborazione con l’Università di Torino e la New York University, che mi permetterà di approfondire un tema di grande attualità: se è vero - come sostengono i noti aforismi di Brillat-Savarin e Feuerbach - che “siamo ciò che mangiamo”, nelle società contemporanee l’identità alimentare sembra passare innanzitutto per ciò che “non” mangiamo, in un regime in cui credenze, rappresentazioni collettive e strategie comunicative giocano un ruolo fondamentale rispetto al modo in cui il cibo ci permette di comunicare chi vogliamo essere (o non essere).


un racconto di

Simona Stano
Dipartimento

Pubblicato il

08 gennaio 2019

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