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Agili ma in equilibrio precario: lo smart working in tempo di pandemia

Photo by Edu Lauton on Unsplash

Il difficile momento che stiamo attraversando ha visto, fin dalle prime misure per il contenimento dell’epidemia, un entusiasmo - un po’ stonato, vista la circostanza - per l’occasione che il mondo finalmente poteva avere di comprendere il valore del lavoro agile, anzi, smart. Proviamo a vederne luci e ombre… ascoltando, in sottofondo, una playlist adatta!

Smart rimanda a rapido, abile, veloce, attivo, brillante, alla moda, ma i racconti, i meme e i video dedicati al tema, che hanno ormai invaso la rete, illustrano, spesso con ironia, una realtà diversa fatta di difficoltà e fatica.
A partire dagli anni ’70 del ‘900 (crisi del petrolio), le potenzialità del lavoro da remoto vengono inventariate da studiosi e professionisti: migliore qualità del lavoro, più soddisfazione e benessere, meno stress, più equilibrio lavoro-vita, meno traffico e inquinamento, risparmi e competitività, inclusione. Lo sviluppo dell’ICT ha contribuito a moltiplicare le esperienze di lavoro da remoto, considerato anche un fattore di mitigazione dei rischi connessi a epidemie e catastrofi.

Studi internazionali hanno confermato che il lavoro da remoto si associa a minore stress quando le persone hanno elevati livelli di autonomia e sono capaci di gestire il tempo. E, secondo la valutazione del responsabile, gli effetti sulla prestazione sono confermati. La soddisfazione migliora ma dipende molto dal rapporto con “il capo” e, senza supporto sociale, oltre un certo numero di giorni di lavoro a distanza a settimana (2,5 circa), l’isolamento peggiora i vissuti. Altre conseguenze negative analizzate sono l’aumento incontrollato delle ore di lavoro o, per contro, l’eccessiva interferenza di problemi familiari ma anche le penalizzazioni retributive e di carriera.

Gli effetti sulla conciliazione sono dubbi: si riducono i tempi di viaggio ma il conflitto tra lavoro e famiglia non migliora. L’inevitabile perdita di separazione tra questi due domini è resa anche più problematica dall’elevato uso delle tecnologie e lo sbilanciamento sul lavoro, con il controllo compulsivo di messaggi ed e-mail, prevale soprattutto quando le organizzazioni fanno pressione sulla risposta in tempi rapidi (telepressure). Staccare è impossibile: il benessere può peggiorare e, nel medio-lungo periodo, senza correttivi, anche la prestazione.

E in Italia? I dati sono generalmente positivi. Per esempio, al termine di una sperimentazione che ha coinvolto circa 200 persone in una pubblica amministrazione, la soddisfazione generale per il lavoro da remoto ha registrato una valutazione altissima, circa 9 su 10. Nonostante un lieve aumento nell’uso delle tecnologie per scopi lavorativi, i livelli di recupero (distacco psicologico e rilassamento) sono migliorati grazie al supporto delle/dei responsabili, che, dal canto loro, valutando il lavoro “agile” di collaboratrici e collaboratori, hanno evidenziato soprattutto i benefici in termini di benessere, disponibilità e qualità del lavoro. Meno del 15% delle/i responsabili ha valutato negativamente l’esperienza e chi ha sperimentato in prima persona ha riportato un aumento delle capacità manageriali connesse alla sfida di gestire da remoto persone a loro volta in remoto, fino a 4 giorni al mese.

E ora, in piena emergenza Covid1-9? Dal 6 marzo il numero di persone in lavoro agile, in Italia, è inizialmente duplicato per poi crescere esponenzialmente. In questi giorni la ministra della funzione pubblica in un tweet ha riportato il dato del 68% di personale agile nelle PA italiane.
Ma l’emergenza epidemica mette in luce molti punti di attenzione:

  • le persone vivono più frequentemente emozioni negative, sintomi di stress post-traumatico, confusione, frustrazione, paura, noia e rabbia che possono influenzare il lavoro;
  • le organizzazioni e le persone si trovano “improvvisamente agili”, spesso senza formazione e senza aver avuto il tempo di adeguare gli strumenti tecnologici;
  • si lavora in remoto 5 giorni su 5 (in condizioni normali sono pochi giorni al mese);
  • anche “il resto della famiglia” è a casa, l’ambiente è condiviso così come le tecnologie e la “banda” (non quella che suona sul balcone alle 18:00);
  • l’uso delle tecnologie ICT è pervasivo, si sovrappongono gli ambienti virtuali, si usano app per lavorare, studiare, stare in contatto con parenti e amici, fare sport indoor e distrarsi: aumenta così il rischio da technostress;
  • le disuguaglianze (di competenze digitali e soft, di mezzi e di spazi di lavoro e vita) si esasperano e le differenze di genere meritano specifica attenzione.

Abbiamo lanciato uno studio in questi giorni e a breve avremo qualche primo dato che torneremo a raccontare qui su frida, per contribuire a dare valore alla realtà dello smart working che riteniamo una grande opportunità: la nostra ricerca mira a trattarlo in modo consapevole e con attenzione per i rischi e per le implicazioni organizzative. 

Tornando al nostro incipit e alla playlist di sottofondo, nel lavoro agile l’equilibrio può dipendere anche della musica. Così il secondo brano della playlist di Spotify Lavora con il sorriso è I say a little prayer, della splendida Aretha Franklin:

At work I just take time
And all through my coffee break time
I say a little prayer for you
and
for all of us.


IMMAGINI

Questa storia di ricerca si trova in:


un racconto di
Chiara Ghislieri
DIPARTIMENTO / STRUTTURA

Pubblicato il

30 marzo 2020

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